Etichette: gli errori da evitare

06/02/2020

Per nutrirsi meglio la prima regola è quella di sapere «cosa» si mangia. Lo strumento più immediato a disposizione è l’etichetta, resa obbligatoria dall’UE nel 2011 su tutti i cibi confezionati.

I conti li ha fatti il dipartimento di Scienze e Politiche ambientali della Statale di Milano: solo il 22% legge sempre le etichette, e il 28% lo fa spesso. Ma la metà dei consumatori praticamente non la utilizza.

Qualche esempio lo fornisce l’endocrinologo e specialista in Scienze dell’alimentazione Lelio Morricone, alla guida della Nutrizione clinica e Prevenzione cardiovascolare dell’Irccs Sant’Ambrogio-Galeazzi di Milano.
1) È noto che è consigliabile assumere poco sale. Meglio evitare allora gli alimenti con più di 1,2 grammi di sale per 100 grammi di prodotto.
2) Gli ingredienti devono essere descritti sull’etichetta in ordine decrescente. Se in una crema alla nocciola il primo ingrediente è lo zucchero e la nocciola è al terzo posto a meno del 13%, mentre in un’altra la nocciola è il primo ingrediente con oltre il 45%, è facile capire quale delle due fa meno male.
3) Lo zucchero spesso è nascosto sotto altre voci: sciroppo di glucosio, sciroppo di fruttosio, maltosio, amido di mais, sciroppo di cereali, destrosio, fruttosio. Pertanto non bisogna fermarsi alla generica scritta «senza zucchero», ma leggere attentamente. La dose giornaliera consigliata è di 25 grammi al giorno.
4) Per gli alimenti integrali è meglio scegliere i prodotti con la scritta «farina integrale», significa che è ottenuta direttamente dalla macinazione del seme intero. Se invece leggiamo: «farina di frumento 00, crusca di frumento» vuol dire che di integrale c’è poco e che la farina è raffinata.

Come è stato fatto per il tabacco e l’alcool, servono campagne di sensibilizzazione che invitano i consumatori a leggere e interpretare correttamente l’etichetta (che va esibita sui prodotti con scritte leggibili anche senza lente di ingrandimento). Il ministero della Salute e dell’Istruzione pubblica dovrebbero prevedere lo sviluppo di programmi che educhino alla sana alimentazione in tutta la scuola dell’obbligo. Sarebbe un’investimento infinitamente più piccolo rispetto al conto che, negli anni, devono sostenere le casse pubbliche proprio a causa di ciò che mangiamo.

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